Whatsapp web interface on a computer screen

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Nelle controversie civili e societarie, la messaggistica istantanea rappresenta sempre più spesso lo snodo probatorio centrale. Tuttavia, la prassi comune di acquisire conversazioni WhatsApp o Telegram tramite screenshot o la funzione nativa “Esporta chat” continua a generare vizi formali insanabili in sede processuale.

Il problema non risiede nella leggibilità del testo, ma nell’incertezza sull’integrità del dato.

La debolezza strutturale del file .txt

Quando si utilizza la funzione di esportazione nativa di un’applicazione di messaggistica, il sistema genera un archivio contenente un file di testo piano (.txt) e i relativi allegati multimediali.

Dal punto di vista tecnico e informatico-forense, questa procedura presenta tre vulnerabilità critiche:

  1. Assenza di metadata nativi: L’esportazione estrapola il testo dal database relazionale locale (es. msgstore.db), privando il messaggio dei suoi identificativi univoci di transazione, degli orari di sistema memorizzati in UTC e dei vettori di instradamento.
  2. Integrità non verificabile: Un file di testo .txt può essere modificato con un qualsiasi editor di testo senza lasciare traccia visibile. In assenza di un valore di hash calcolato al momento dell’estrazione, risulta impossibile dimostrare che il contenuto non sia stato alterato post-estrazione.
  3. Disaccoppiamento dei media: Gli elementi multimediali (note vocali, documenti, immagini) vengono scollegati dalla sequenza temporale del database originario, perdendo il legame logico diretto con il messaggio a cui si riferiscono.

Il caso pratico: la contestazione del file di log

In un recente caso d’esame relativo a una presunta concorrenza sleale, la parte attrice ha depositato in giudizio un’esportazione cartacea e digitale di una chat, attestante l’invio di informazioni riservate verso un competitor.

La disamina tecnica sulla copia informatica presentata ha evidenziato l’assenza del database sorgente. Attraverso l’analisi delle marcature temporali sui file media allegati e la discrepanza tra l’ora di sistema del dispositivo e il timestamp del file generato, la difesa ha potuto eccepire la mancanza di garanzia sull’origine e sull’inalterabilità del reperto.

L’impossibilità di ricostruire la catena di custodia del dato ha portato l’organo giudicante a ritenere l’elemento informatico privo di efficacia probatoria piena.

Il protocollo di acquisizione idoneo

Per garantire la spendibilità processuale della prova digitale estratta da dispositivi mobili, l’analisi non può prescindere dall’applicazione dello standard ISO/IEC 27037.

L’intervento peritale deve seguire tre fasi inderogabili:

  • Isolamento del supporto: Inserimento del dispositivo in gabbia di Faraday o attivazione della modalità aereo per impedire la sovrascrittura da remoto o l’interazione con la rete.
  • Estrazione fisica o logica avanzata: Estrazione diretta dei database cifrati del dispositivo tramite suite specializzate, mantenendo intatta la struttura dei file di sistema.
  • Cristallizzazione e hashing: Generazione dell’impronta digitale dell’immagine estratta (algoritmi SHA-256 o MD5) e verbalizzazione dettagliata di ogni operazione hardware e software eseguita.

Considerazioni operative

La prova informatica è per sua natura volatile e facilmente contestabile se non gestita secondo metodologie scientifiche fin dal primo contatto.

L’estrazione autonoma da parte del cliente o la semplice stampa su carta non costituiscono una cristallizzazione del dato, ma una semplice riproduzione meccanica priva di garanzia di autenticità.

Martin B.

Fondatore di NEXTForense: nasce dall’unione tra rigore metodologico e profonda competenza nelle tecnologie digitali di nuova generazione. Come Consulente Tecnico di Parte (CTP), affianco studi legali, aziende e privati nella protezione, analisi e valorizzazione probatoria del dato informatico.